Anche a me, come a Tommaso Giartosio,* piace scovare l’omosessualità dove non c’è o dove è meglio nascosta. E se leggo solo libri a tematica e/o scritti da gay o lesbiche è perché sono ciò che di meglio offre il mercato editoriale. L’omosessualità in sé mi interessa, non le persone omosessuali, spesso omologati nella cultura dominante e indistinguibili tra loro. Le persone tout court, così come le identità, sono ininteressanti, mai disinteressate e sempre più attaccate alla propria immagine riflessa.
Qualche tempo fa leggendo Gomorra di Roberto Saviano–libro inspiegabilmente ignorato dalla maggior parte delle riviste a tematica glbtq– la mia attenzione (leggi fantasia) è stata catturata da questa battuta:
“Non mettete mai i maschi a controllare le operaie, fanno solo guai. Due figli maschi ho, e tutte e due si sono sposati con nostre dipendenti. Mettete i ricchioni. Mettete i richhioni a gestire turni e controllare il lavoro, come si faceva una volta…”**
Ovviamente si parla qui di come gestire le sartorie della camorra. Si evince che i “ricchioni” fanno parte del sistema, sono i guardiani o guardoni, i tenutari della dote lavorativa e sessuale delle donne dei boss. Come occhio che guarda ma non brama, il “ricchione” assiste passivamente al commercio di donne, stoffe, vestiti, armi, droghe e quant’altro ma non ne entrerà mai in possesso. Il “ricchione” può far parte del sistema, può entrarvi dalla periferia, affittare una casa già corrotta, ma non arrivare e risiedere al centro, o scalare i vertici e diventare boss. Le mafie così come la cultura e la società eteronormativa contemplano la differenza solo al fine di rafforzare il loro dominio. Se se ne vuole avere un esempio eclatante basta guardare le liste del PD.
Cosa succederebbe se il seme dell’omosessualità fosse interno a quei sistemi e non venisse da fuori? Se il “ricchione” fosse un boss o suo figlio? E se il “ricchione” fosse femmina? Acqua storta di L. R. Carrino, da poco pubblicato da Meridiano Zero, prova a rispondere ad alcuni di questi interrogativi. In questo suo primo romanzo Carrino narra a ritroso la storia di amore tra Giovanni, figlio di un boss della camorra napoletana, e Salvatore, una semplice pedina del sistema degli Acqua Storta. Non siamo più nel territorio della docufiction di Saviano, il mondo finzionale di Carrino ricrea un sistema, lo racconta non lo descrive giornalisticamente, lo espone allo sguardo e al pubblico ludibrio, ma non si sottrae alla legge dell’onore. Ai personaggi che trasgrediscono la legge del padre, della bibbia e del sistema non è concessa salvezza. Di nuovo i “ricchioni” si affacciano soltanto sulle soglie del potere, ma non per restarvi e per rifondare il sistema. Ed è il femmineo, la madre e donna “studiata”, a porre fine alla possibilità di infrocire (queering) quel sistema, di destabilizzarlo con l’inconvenzionalità di una storia d’amore (tra i due non c’è solo sesso, viene ripetuto spesso. Il sesso tra uomini è concesso anche in situazione come questa a patto che rimanga a livello di sfogo bestiale) tra due uomini, per di più di classi sociali diverse. Il “ricchione” Salvatore non offre salvezze –non è un salvatore,– né la possibilità di creare una nuova famiglia, un nuovo clan.
Il romanzo di Carrino non avrà, di certo, il successo del libro di Saviano. Non venderà altrettante copie, purtroppo. Anche perché romanzo gay. E si sa che i lettori “eterosessuali” non leggono opere che minino la loro sensibilità (egemone). La scena della violenza all’interno del carcere, ad esempio, narrata con stile asciutto e mimetico, è un pugno allo stomaco al lettore comune eterosessuale. Un pugno assestato troppo bene per non sentirne il dolore.
Qualche tempo fa leggendo Gomorra di Roberto Saviano–libro inspiegabilmente ignorato dalla maggior parte delle riviste a tematica glbtq– la mia attenzione (leggi fantasia) è stata catturata da questa battuta:
“Non mettete mai i maschi a controllare le operaie, fanno solo guai. Due figli maschi ho, e tutte e due si sono sposati con nostre dipendenti. Mettete i ricchioni. Mettete i richhioni a gestire turni e controllare il lavoro, come si faceva una volta…”**
Ovviamente si parla qui di come gestire le sartorie della camorra. Si evince che i “ricchioni” fanno parte del sistema, sono i guardiani o guardoni, i tenutari della dote lavorativa e sessuale delle donne dei boss. Come occhio che guarda ma non brama, il “ricchione” assiste passivamente al commercio di donne, stoffe, vestiti, armi, droghe e quant’altro ma non ne entrerà mai in possesso. Il “ricchione” può far parte del sistema, può entrarvi dalla periferia, affittare una casa già corrotta, ma non arrivare e risiedere al centro, o scalare i vertici e diventare boss. Le mafie così come la cultura e la società eteronormativa contemplano la differenza solo al fine di rafforzare il loro dominio. Se se ne vuole avere un esempio eclatante basta guardare le liste del PD.
Cosa succederebbe se il seme dell’omosessualità fosse interno a quei sistemi e non venisse da fuori? Se il “ricchione” fosse un boss o suo figlio? E se il “ricchione” fosse femmina? Acqua storta di L. R. Carrino, da poco pubblicato da Meridiano Zero, prova a rispondere ad alcuni di questi interrogativi. In questo suo primo romanzo Carrino narra a ritroso la storia di amore tra Giovanni, figlio di un boss della camorra napoletana, e Salvatore, una semplice pedina del sistema degli Acqua Storta. Non siamo più nel territorio della docufiction di Saviano, il mondo finzionale di Carrino ricrea un sistema, lo racconta non lo descrive giornalisticamente, lo espone allo sguardo e al pubblico ludibrio, ma non si sottrae alla legge dell’onore. Ai personaggi che trasgrediscono la legge del padre, della bibbia e del sistema non è concessa salvezza. Di nuovo i “ricchioni” si affacciano soltanto sulle soglie del potere, ma non per restarvi e per rifondare il sistema. Ed è il femmineo, la madre e donna “studiata”, a porre fine alla possibilità di infrocire (queering) quel sistema, di destabilizzarlo con l’inconvenzionalità di una storia d’amore (tra i due non c’è solo sesso, viene ripetuto spesso. Il sesso tra uomini è concesso anche in situazione come questa a patto che rimanga a livello di sfogo bestiale) tra due uomini, per di più di classi sociali diverse. Il “ricchione” Salvatore non offre salvezze –non è un salvatore,– né la possibilità di creare una nuova famiglia, un nuovo clan.
Il romanzo di Carrino non avrà, di certo, il successo del libro di Saviano. Non venderà altrettante copie, purtroppo. Anche perché romanzo gay. E si sa che i lettori “eterosessuali” non leggono opere che minino la loro sensibilità (egemone). La scena della violenza all’interno del carcere, ad esempio, narrata con stile asciutto e mimetico, è un pugno allo stomaco al lettore comune eterosessuale. Un pugno assestato troppo bene per non sentirne il dolore.
*cfr. Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay, p. 213.
** Gomorra, p. 38.





2 comments:
voglio ringraziarti per queste note così puntuali.
l.
Raccontare un tabù nel tabù attraverso un linguaggio crudo che scaraventa immediatamente il lettore nel mondo violento della camorra, pur non mancando attimi di altissima poesia,spalanca un mondo finora inesplorato, dove l'omosessualità sembrava bandita quasi per costituzione.Invece esiste, come anche Saviano documenta.Questo, a mio avviso, deve cambiare la prospettiva di impegno dei movimenti GLBT a tutti i livelli. Che lo abbia voluto o no, il romanzo di Carrino ha un forte risvolto politico e sociale.
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